domenica, 28 ottobre 2007
Ma tu vedi un po' che scherzi fa, che scherzi ti può fare la suggestione...

Yerebatan Saray



"Eppure, non volevo tentare vita se non ciò che spontaneamente erompeva da me e in me. Perchè è tanto mai difficile?"

"Ecco, come agnelli in mezzo ai lupi io vi mando"

Delle Cattedrali apprezzo soprattutto quel silenzio pieno e fresco!
Mentre l'odore dei miei capelli ora mi infastidisce un poco; li spettino con le mani e alcuni di loro cadono insieme a qualche minuscolo pezzettino di cute.
L'odore della Cattedrali non lo ricordo, forse dovrei pensare all'incenso? No.
Volevo scrivere un post geniale e suggestivo. Ho addirittura messo la musica e l'immagine.

Avrei solo bisogno di un impegno a lungo termine, un impegno quotidiano: ad esempio potrei innamorarmi di qualche ragazza, oppure trovarmi un lavoro...

Proverò a fare tutte e due le cose!







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sabato, 30 giugno 2007
Nasceva e Moriva da parecchi anni (secoli? o secondi?). Ogni volta il cambiamento era così immenso da risultare minimo nelle azioni che determinavano la sua vita.
Era sabbia sparsa al sole e vento delle notti fredde, era nera fanghiglia e bianca pietra dura, era l’imputridita foglia appiattita al suolo e la soffice neve che vi si appoggiava sopra, era tutto in tutti gli opposti ma non era mai il Dio che entra e che da conforto nei momenti vacui e vuoti che spesso aveva.La sua presenza non era continua come per la maggior parte degli esseri, della sua prima e vera nascita non aveva memoria e non trovava il modo di averne. Eppure i suoi anni lo distanziavano da essa di qualche raro ed insignificante ricordo, come la sua ultima esperienza: “un nuovo risveglio dal mondo dei tonti”, così la catalogava, dandole un valore diverso di quello che le dedicavano i parenti ed i medici.

La crisi che ebbe probabilmente non aveva inizio e se ce l’aveva, era lontano come la sua prima nascita, quindi non raggiungibile...

Ma adesso qualcosa sembrava -essere- cambiato...
e se anche la parola "sembrare" potesse -essere-
e se anche l'-essere- potesse essere confermato
e se anche le conferme potessero confermare...
postato da: NascoeMuoio alle ore 16:51 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 24 febbraio 2007

Non si è mai abbastanza codardi per staccare dalla propria situazione e andare a vivere tra alberi e dimenticanze.

 

Vorrei che questo post diventasse il “progetto” di una fuga dalla città e non il ricordo di una chiara sensazione di un capriccio giornaliero.

 

Ho visualizzato…

postato da: NascoeMuoio alle ore 12:29 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 11 febbraio 2007
Sono Esausto.
Perchè anche io in ogni discussione mi lascio prendere fino allo sfinimento, o lo scontro/incontro non durerebbe tanto come sta accadendo...
Puoi forse dirmi che ci lasciamo coinvolgere in due modi -differenti- (oppure in questo caso diresti diversi?).
Ma Credimi, ti prego: arrivo alla fine di ogni discussione esausto e avvilito, ma non voglio arrendermi all'incomprensione. Resisto...

Il dilemma

In una spiaggia poco serena
camminavano un uomo e una donna
e su di loro la vasta ombra di un dilemma.
L'uomo era forse più audace
più stupido e conquistatore
la donna aveva perdonato, non senza dolore.
Il dilemma era quello di sempre
un dilemma elementare
se aveva o non aveva senso il loro amore.

In una casa a picco sul mare
vivevano un uomo e una donna
e su di loro la vasta ombra di un dilemma.
L'uomo è un animale quieto
se vive nella sua tana
la donna non si sa se ingannevole o divina.
Il dilemma rappresenta
l'equilibrio delle forze in campo
perché l'amore e il litigio sono le forme del nostro tempo.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un'antica usanza
che suole aver la gente.

Lui parlava quasi sempre
di speranza e di paura
come l'essenza della sua immagine futura.
E coltivava la sua smania
e cercava la verità
lei l'ascoltava in silenzio, lei forse ce l'aveva già.
Anche lui curiosamente
come tutti era nato da un ventre
ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
con le parole che ognuno sa a memoria
sapevan piangere e soffrire
ma senza dar la colpa
all'epoca o alla Storia.

Questa voglia di non lasciarsi
è difficile da giudicare
non si sa se è cosa vecchia o se fa piacere.
Ai momenti di abbandono
alternavano le fatiche
con la gran tenacia che è propria delle cose antiche.
E questo è il sunto di questa storia
per altro senza importanza
che si potrebbe chiamare appunto resistenza.

Forse il ricordo di quel Maggio
gli insegnò anche nel fallire
il senso del rigore, il culto del coraggio.
E rifiutarono decisamente
le nostre idee di libertà in amore
a questa scelta non si seppero adattare.
Non so se dire a questa nostra scelta
o a questa nostra nuova sorte
so soltanto che loro si diedero la morte.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
non per una cosa astratta
come la famiglia
loro scelsero la morte
per una cosa vera
come la famiglia.

Io ci vorrei vedere più chiaro
rivisitare il loro percorso
le coraggiose battaglie che avevano vinto e perso.
Vorrei riuscire a penetrare
nel mistero di un uomo e una donna
nell'immenso labirinto di quel dilemma.
Forse quel gesto disperato
potrebbe anche rivelare
come il segno di qualcosa che stiamo per capire.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un'antica usanza
che suole avere la gente.

(Resistiamo - omaitsiseR)

postato da: NascoeMuoio alle ore 13:07 | Permalink | commenti
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lunedì, 05 febbraio 2007
Sorrido.
Sorridi.
postato da: NascoeMuoio alle ore 22:19 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 07 gennaio 2007

“Eppure nella mia vita ci deve essere stato un momento in cui ho sbagliato qualcosa. No, non è una cosa recente. Probabilmente da bambino; un errore impercettibile, innocente, che poi col tempo si è ripetuto, moltiplicato, ingigantito, fino a diventare gravissimo, fino a farmi stare così male. E perché sto male? E’ semplice. Perché mi sono trovato a vivere in un modo che certamente non è il mio. E così andrà a finire che prima o poi mi ammalerò davvero e morirò anch’io, come d’altronde fanno tutti.
Purtroppo non lo so, quando ho sbagliato. Però sono sicuro che questo errore è stato determinante per il mio equilibrio affettivo.
Fin da piccolo mi sono accorto subito che ci sono i bambini e le bambine. Ma quello che non ho mai capito è quanto sia importante l’incontro tra un uomo e una donna.
A me, per esempio, come dire... mi è capitato tutto per caso: amori, famiglia, figli... Anche con lei; certo, l’ho amata, forse l’amo ancora, voglio dire... una cosa importante, anche se...
Ma cominciamo da capo.” (Giorgio Gaber)

 

Cominciamo da un capo, da un’estremità.

Avrei voluto che qualcuno, da bambino, mi avesse insegnato a respirare. Nessuno lo ha mai fatto. Ed ora mi trovo a respirare male: con ritmi che sono miei per errore, ritmi che non utilizzano l’intera capacità polmonare. (Continua? Magari quando riuscirò a concentrarmi per più di 10 Minuti).

postato da: NascoeMuoio alle ore 16:26 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 01 gennaio 2007

L'ignoranza può causare male.

L'inesperienza (forma di ignoranza) può causare male.

Se ottieni certe cose pensando di non meritarle, pensando di averle ottenute con una facilità ingiustificata, oppure pensandolo senza pensare, ma poi tanto ci pensi e quindi. Se ottieni certe cose credendo di non meritarle e dubitando, dubitando male, se ottieni certe cose senza tener presente che le stai anche dando, che uno scambio avviene; Se ottieni certe cose e certe cose le dai anche, favorendo uno scambio, dovresti crederci in quelle cose che ottieni e che dai. Ma tu alle cose che dai non ci pensi e ci credi, sono le cose che ottieni, quelle non ti vanno giù. Perchè cazzo...             - (continua?) (No. Non qui) -

postato da: NascoeMuoio alle ore 18:48 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 17 dicembre 2006
Anna Rosa doveva essere assolta; ma io credo che in parte la sua assoluzione fu anche dovuta all'ilarità che si diffuse in tutta la sala del tribunale, allorché, chiamato a fare la mia deposizione, mi videro comparire col berretto, gli zoccoli e il camiciotto turchino dell'ospizio.
Non mi sono piú guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per ll capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto. Quello che avevo per gli altri dovette apparir molto mutato e in un modo assai buffo, a giudicare dalla maraviglia e dalle risate con cui fui accolto. Eppure mi vollero tutti chiamare ancora Moscarda, benché il dire Moscarda avesse ormai certo per ciascuno un significato cosí diverso da quello di prima, che avrebbero potuto risparmiare a quel povero svanito là, barbuto e sorridente, con gli zoccoli e il camiciotto turchino, la pena d'obbligarlo a voltarsi ancora a quel nome, come se realmente gli appartenesse.
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d'oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli piú. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
L'ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco ogni mattina, all'alba, perché ora voglio serbare lo spirito cosí, fresco d'alba, con tutte le cose come appena si scoprono che sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d'acqua là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere piú larga e chiara nella grana d'ombra ancora notturna, quella verde piaga di cielo. E qua questi fili d'erba, teneri d'acqua anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell'asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani cominciando, ma senza stupore a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena sulle campagne deserte e attonite. E queste carraie qua, tra siepi nere e muricce screpolate, che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E l'aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com'è, che savviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero sí metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non piú dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridío delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e cosí alte sui campanili aerei. Pensa alla morte, a pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho piú questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori. (da Uno, Nessuno, Centomila. Luigi Pirandello).
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domenica, 05 novembre 2006

Non scalerò montagne per te
e non attraverserò deserti:
e ci sono anche poche possibilità
che varchi gli oceani a nuoto, solo per vederti...
non t'illuminerò una piazza,
non scriverò il tuo nome nel cielo,
non ti andrò a prendere nessuna stella...
non combatterò per te né draghi,
né mulini a vento, né demoni dell'inferno...
no, per te non farò niente di tutto questo...

Per te mi venderò,
per te farò il buffone,
mi darò sempre torto
anche quando avrò ragione,
appenderò il violino
a una stella che tu sai,
perché soltanto tu,
soltanto tu lo suonerai;

Sarò la tua signora
vestita in raso rosa,
antica come un quadro,
bella, altera, un po' sdegnosa,
il passero che a sera
danza sui ginocchi tuoi,
sarò l'eroe dei sogni
che nessuno ha fatto mai.

Perché mi batterò per te
con un esercito di idraulici
condomini, dentisti, rompipalle, bottegai;
mi coprirò delle ferite della noia,
quelle che nessuno vede
e non sanguinano mai

per te... per te... per te... per te...
per te... per te... per te... per te...

Per te io mentirò giurando su mia madre,
e laverò anche i vetri agli incroci delle strade;
mi toglierò le ali affittate a un baraccone,
perché volar da soli è solamente un'illusione.

Non mi confonderò mai più
con questa compagnia di geni
sempre soli, sempre con il "coso" in mano
a dirsi "quanto siamo bravi,
Dio, ma come siamo bravi!"
e che da piccoli era meglio
che giocassero al meccano:
è più difficile spostare l'esistenza
un po' più giù del cielo
e diventare un uomo, per te

(Grazie - eizarG)

postato da: NascoeMuoio alle ore 11:56 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 22 ottobre 2006

Ero seduto nel mio ufficio a pulire la mia calibro trentotto e mi stavo chiedendo quale sarebbe stato il prossimo caso. Mi piace fare l'investigatore privato e, anche se di tanto in tanto qualcuno mi massaggia le gengive con un crick, il dolce profumo dei bigliettoni verdi mi convince che ne vale la pena. Per non dire poi delle pupe, una mia esigenza accessoria che antepongo solo al respirare. Questo è il motivo per cui, quando la porta del mio ufficio si spalancò per lasciar passare Heather Butkiss, una bionda dai lunghi capelli che entrò a lunghi passi dicendo di essere una modella per nudi a cui serviva il mio aiuto, le mie ghiandole salivari ingranarono la quarta. Ella indossava una minìgonna ed un golfino aderente e il suo corpo descriveva una tale serie di parabole che avrebbe fatto venire l'infarto a un bue tibetano.

“Cosa posso fare per voi, dolcezza?”

“Voglio che troviate qualcuno per mio conto.”

“Una persona smarrita? Avete chiesto alla Polizia?”

“Non esattamente, Mr. Lupowitz.”

“Chiamatemi Kaiser, dolcezza. Va bene, allora chi è il tizio? “

“Dio.”

“Dio? “

“Proprio così, Dio. Il Creatore Fondamentale, la Causa Prima di tutte le cose, l'Onnipresente. Voglio che lo troviate per me.”

Ne avevo viste dai matte da legare in quell'ufficio, ma quando una è fatta così non ti resta che ascoltare.

“Perché?”

“Questi sono affari miei, Kaiser. Voi dovete solo trovarLo.”

“Spiacente, dolcezza, siete venuta dalla persona sbagliata.”

“Ma perché?”

“A meno che non sappia tutti i fatti...” dissi, e accennai ad alzarmi.

“OK, OK,” disse lei mordendosi il labbro. Si raddrizzò la cucitura delle calze, strettamente a mio beneficio, ma per il momento io non abboccavo.

“Mettiamola giù com’è, dolcezza.”

“Bene, la verità è che non sono davvero una modella per nudi.”

“No?”

“No. Neppure il mio nome è Heather Butkiss. Mi chiamo Claire Rosensweig e sono studentessa di filosofia, storia del pensiero occidentale e tutto il resto, al Vassar. Ho un esame scritto, a gennaio, sulla religione occidentale. Tutti gli altri ragazzi del corso si daranno a prove scritte di carattere speculativo, ma io voglio conoscere. Il professor Grebanier ha affermato che se qualcuno tira fuori qualche cosa di veramente sicuro, può considerarsi bell'e promosso. E mio padre mi ha promesso una Mercedes se ottengo i voti massimi.”

Aprii un pacchetto di Lucky Strike ed uno di gomma da masticare e prelevai da entrambi. La storia cominciava ad interessarmi. Piccola snob, con un alto coefficiente d'intelligenza ed un corpo che avrei voluto conoscere meglio.

“Com'è fatto Dio?”

“Non l'ho mai visto.”

“Bene, come sapete che esiste?”

“È affare vostro scoprirlo.”

“Oh, magnifico. Allora non sapete che aspetto abbia? O dove cominciare a cercarlo?”

“No davvero, malgrado sospetti che sia dovunque. Nell'aria, in ogni fiore, in voi, in me ed in questa sedia.”

“Oh, oh” così era panteista. Presi nota mentalmente della cosa e dissi che avrei fatto un tentativo sul suo caso, per cento dollari al giorno, spese e cenetta a due incluse. Ella sorrise ed approvò la proposta. Scendemmo insieme in ascensore. Fuori si stava facendo buio. Forse Dio esisteva e forse no, ma da qualche parte in quella città vi erano certamente un sacco di individui che avrebbero tentato di impedirmi di scoprire ciò che mi proponevo.
Feci la mia prima puntata dal Rabbino Itzhak Wiseman, un ecclesiastico locale che doveva rendermi un favore perché avevo scoperto chi strofinava carne di maiale sul suo cappello. Quando parlai con lui mi accorsi che qualcosa non andava perché era spaventato. Veramente spaventato.

“Naturalmente c'è tu-sai-chi, ma non mi è neppure concesso di pronunciare il Suo nome altrimenti Egli mi fulminerà, anche se non riuscirò mai a capire come possa uno diventare così permaloso quando viene detto il suo nome.”

“Tu l'hai mai visto?”

“Io? Stai scherzando? Sono fortunato se riuscirò a vedere i miei nipoti.”

“Allora, come sai che Egli esiste?”

“Come lo so? Che razza di domanda è questa? Come credi che abbia potuto acquistare un vestito come questo per soli quattordici dollari se non ci fosse nessuno lassù? Senti che qualità di gabardine, come puoi dubitare?”

“Non hai altro argomento da aggiungere?”

“Ehi, cos'è allora il Vecchio Testamento? Cacca? Come credi che Mosè abbia potuto condurre gli Ebrei fuori dall'Egitto? Chiamando Mandrake? Credimi, non si può dividere il Mar Rosso con un frullino. Ci vuole potenza.”

“Allora, è un tipo duro, eh?”

“Sì, molto duro. Si potrebbe pensare che tutto quel successo avrebbe dovuto renderlo più malleabile.”

“Com'è che sai tutte queste cose?”

“Perché noi siamo il popolo eletto. Egli, fra tutti i suoi figli, dedica a noi le cure migliori, cosa che un giorno mi piacerebbe discutere con Lui.”

“Quanto lo avete pagato perché Lui vi scegliesse?”

“Lascia perdere.”

I fatti andarono così. Gli Ebrei furono per un pezzo nella manica di Dio È la vecchia faccenda del racket protezionistico: prendersi cura di loro ad un certo prezzo. E dal modo in cui il Rabbino Wiseman parlava, il conto era stato piuttosto salato. Saltai su un taxi e mi recai alla sala da biliardo di Danny, nella Tenth Avenue. Ildirettore del locale era un ometto viscido che non mi piaceva.

“Chicago Phil è qui?”

“Chi lo vuole?”

Lo afferrai per il bavero stringendogli contemporaneamente un pezzo di pelle.

“Allora, impiastro?”

“Sta nel retro,” disse cambiando atteggiamento.

Chicago Phil: falsario, pistola a ore, malvisto dai cassieri di banca e dichiaratamente ateo.

“Il tipo in questione non è mai esistito, Kaiser. È l'oppio dei popoli. È una grossa turlupinatura. Non esiste alcun Mr. Big. È un Sindacato, un Sindacato per di più siciliano. È internazionale, ma non vi è un capo effettivo ad eccezione forse del Papa.”

“Voglio incontrare il Papa.”

“Si può vedere di combinare,” disse strizzando l'occhio.

“Ti dice niente il nome Claire Rosensweig?”

“No.”

“Heather Butkiss?”

“Oh, aspetta un momento. Sicuro. È quella femmina ossigenata con due tette che levati, e che viene dal Radcliffe.”

“Radcliffe? Lei mi ha detto Vassar.”

“Bene, ha mentito. È un'insegnante del Radcliffe e per un certo tempo è stata insieme ad un filosofo.”

“Panteista?”

“No, empirista logico, se ricordo bene. Un pessimo soggetto che rifiutava sistematicamente Hegel e qualsiasi metodologia dialettica.”

“Uno di quelli?”

“Già. Faceva il batterista in un trio di jazz, poi si diede al Positivismo Logico. Quando non lavorava si dilettava di Pragmatismo. L'ultima cosa che ho sentito dire sul suo conto è che rubò un sacco di soldi per frequentare un corso su Schopenhauer alla Columbia University. La mafia sarebbe ben lieta di scovarlo, o di mettere le mani sui suoi libri di testo per poterli rivendere.”

“Grazie, Phil.”

“Ma ti pare, Kaiser. Non c'è nessuno lassù, c'è il nulla. Non potrei superare tutte queste brutte prove o fregare la società come faccio se per un secondo intravedessi qualche senso autentico dell'Essere. L'universo è strettamente fenomenologico. Niente è eterno. È tutto un'assenza di significato.”

“Chi vince domani al trotto?”

“Santa Baby.”

Mi bevvi una birra da O'Rourke e tentai di ricapitolare il tutto senza però riuscire a trovare un nesso. Socrate era un suicida, o così dissero di lui. Cristo fu ucciso. Nietzsche diede i numeri. Se lassù c'è veramente qualcuno, è sicuro come l'oro che Lui non vuole che lo si sappia. E perché Claire Rosensweig ha mentito riguardo al Vassar? Potrebbe aver ragione Cartesio? L'universo è dualistico? Oppure Kant ha preso una cantonata quando postulò l'esistenza di Dio sul piano morale?
Quella sera andai a cena con Claire. Dopo dieci minuti avevo pagato il conto ed eravamo tra le lenzuola. E, ragazzi, tenetevi pure il vostro Pensiero Occidentale. Ella esordì in quel genere di ginnastica che le avrebbe fatto vincere il primo premio ai Giochi Olimpici di Tia Juana. Dopo di che, ella giacque sul cuscino accanto a me con i lunghi capelli biondi sparsi. I nostri corpi nudi erano ancora avvinti. Io stavo fumando e guardavo fisso il soffitto.

“Claire, e se Kierkegaard avesse ragione?”

“Che cosa vuoi dire?”

“Non si può mai realmente sapere, ma soltanto avere fede.”

“Questo è assurdo.”

“Non essere così razionale.”

“Nessuno fa il razionale, Kaiser.” Essa si accese una sigaretta. “Solo non diventiamo ontologici. Non adesso, non potrei sopportare che tu fossi ontologico con me.”

Si era inquietata. Io mi chinai su di lei e la baciai; suonò il telefono e lei rispose.

“È per te.”

La voce all'altro capo del filo era quella del sergente Reed della Squadra Omicidi.

“Stai ancora cercando Dio?”

“Già.”

“Un Essere onnipotente, L'Unico, Creatore dell'Universo, Principio Primo di tutte le cose?”

“Proprio Lui.”

“Qualcuno che risponde a questa descrizione è stato appena portato all'obitorio. Faresti bene a fare subito un salto qui.”

Era Lui, è vero, e da come L'avevano conciato sembrava un lavoro da professionisti.

“Era morto, quando L'hanno portato dentro.”

“Dove L'avete trovato?”

“In un magazzino di Delancey Street.”

“Nessun indizio?”

“È il lavoro di un esistenzialista. Siamo sicuri di questo.”

“Come fai a dirlo?”

“Perché era un lavoro da principiante. Non sembra che sia stato seguito alcun sistema. Solo un impulso.”

“Un delitto passionale?”

“Ben detto, Kaiser. Il che significa che sei un indiziato, Kaiser.”

“Perché io?”

“Tutti al Quartier Generale sanno quello che provi per Jaspers.”

“Questo non fa di me un assassino.”

“Non ancora, ma sei indiziato.”

Fuori in strada respirai a pieni polmoni e cercai di schiarirmi la mente. Presi un taxi e andai fino a Newark, quindi scesi e camminai per un isolato fino al Ristorante Italiano Giordino. Là, a un tavolo nascosto, stava Sua Santità. Era il Papa, certo. Seduto con due tipi che avevo visto una mezza dozzina di volte sulle pedane dei confronti, alla polizia. “Siediti,” disse guardandomi al di sopra delle sue fettuccine. Mi porse la mano con l'anello. Feci il mio più ampio sorriso, ma non la baciai.

Si seccò e ne fui contento. Un punto per me.

“Gradisci delle fettuccine?”

“No grazie, Santy. Ma voi fate pure.”

“Niente? Neppure un'insalata?”

“Ho appena mangiato.”

“Come vuoi, ma qui preparano un magnifico condimento al Roquefort. Non come al Vaticano dove non è possibile pranzare decentemente.”

“Vengo subito al nocciolo, Ponty. Sto cercando Dio.”

“Capiti con la persona giusta.”

“Allora, esiste?” Tutti quanti trovarono la cosa molto divertente e risero. Il ceffo accanto a me disse: “Oh, questa è bella. Il nostro sapientone vuole sapere se Egli esiste.”

Spostai la sedia per mettermi comodo appoggiando una gamba sul suo mignolo. “Scusate.”

Stava fumando dalle orecchie.

“Sicuro che esiste, Lupowitz, ma io sono il solo che comunica con Lui. Quello che dico io va bene.”

“Perché proprio voi, amico?”

“Perché ho la veste rossa.”

“Quest'abito?”

“Non disprezzarlo. Tutte le mattine mi alzo, indosso questa veste rossa e, d'improvviso, mi sento un papa. Sta tutto nella veste. Mi vedi andare in giro in pantaloni e giacca sportiva?”

“Allora è tutto fumo. Non c'è Dio.”

“Non so. Ma fa differenza? Sono i verdoni che contano.”

“Non avete mai pensato che se la lavanderia non vi restituisse in tempo la veste rossa, voi sareste un uomo come tutti gli altri?”

“C'è il servizio speciale di giornata, piccolo. Vale la pena di spendere qualche cent in più per essere coperto.”

“Il nome di Claire Rosensweig vi dice nulla?”

“Sicuro, sta al dipartimento di fisica della Northwestern.”

“Fisica, avete detto? Grazie.”

“Di che?”

“Della risposta, Ponty.” Presi al volo un taxi e mi diressi verso il George Washington Bridge; sulla strada mi fermai in ufficio e feci qualche rapido controllo. Dirigendomi verso l'appartamento di Claire misi insieme i pezzi del mosaico e, per la prima volta, essi combaciarono.

Quando giunsi la trovai che indossava un négligé che era tutto una trasparenza e sembrava che qualcosa la turbasse.

“Dio è morto,” disse. “È stata qui la polizia e cercavano te. Pensano che sia stato un esistenzialista.”

“No, dolcezza, sei stata tu!”

“Cosa? Stai scherzando, Kaiser.”

“Sei stata tu!”

“Che vai dicendo?”

“Tu, bambina! Non Heather Butkiss, né Claire Rosensweig, ma la dottoressa Ellen Shepherd.”

“Come sai il mio nome?”

“Professoressa di fisica presso la Northwestern. La persona più giovane che abbia mai diretto un dipartimento. Alla festa di metà inverno ti sei presa una cotta per un musicista di jazz che sta nella filosofia sino al collo. Lui è sposato, ma questo non ti ha fermata. Un paio di notti a nanna e ti è sembrato amore. Ma la faccenda non ha funzionato perché qualcosa si è intromesso fra voi: Dio.
Vedi dolcezza, lui crede o vuole credere, ma tu, con la tua schifosa piccola mente scientifica, dovevi avere la certezza assoluta.”

“No, Kaiser, te lo giuro.”

“Così tu hai finto di studiare filosofia perché questo ti dava l'opportunità di eliminare certi ostacoli. Ti sei liberata di Socrate abbastanza facilmente, ma Descartes ha preso il sopravvento, così hai usato Spinoza per liberarti di Descartes, ma quando hai visto che Kant non ci stava ti sei dovuta liberare anche di lui.”

“Tu non sai quello che dici”

“Hai fatto polpette di Leibniz, ma questo non ti è bastato perché sapevi che se nessuno avesse creduto a Pascal saresti morta, così anche lui ha dovuto essere eliminato. Ma qui hai commesso il tuo primo errore perché ti sei fidata di Martin Buber. Solo che lui era una pappamolla, bambola, lui credeva in Dio. Così è di Dio che hai dovuto disfarti.”

“Kaiser, tu sei matto!”

“No, bambina. Ti sei fatta passare per panteista e ciò ti avrebbe messo in contatto con Lui, se esisteva — ed esisteva. Egli è venuto con te al party da Shelby e, mentre Jason non guardava, tu L'hai ucciso.”

“Chi diavolo sono Shelby e Jason?”

“Che importa? La vita è una cosa assurda in ogni caso.”

“Kaiser,” ella disse tremando improvvisamente, “non vorrai denunciarmi...”

“Oh, sì bambina. Quando l'Essere Supremo viene fatto fuori qualcuno deve pagare il dazio.”

“Oh, Kaiser, possiamo andarcene insieme, proprio noi due. Possiamo scordarci della filosofia, vivere in pace... Possiamo darci alla semantica...”

“Mi dispiace, dolcezza, il dado è tratto.”

Ella era completamente in lacrime ora e stava abbassando le spalline del négligé, cosicché mi trovai improvvisamente li con una Venere nuda, il cui corpo sembrava dire: prendimi, sono tua.
Una Venere che con la mano destra mi frugava tra i capelli, mentre con l'altra aveva afferrato una calibro quarantacinque e me la puntava dietro la schiena. Lasciai partire un colpo dalla mia calibro trentotto prima che potesse premere il grilletto. Ella lasciò cadere la sua arma e mi fissò con un mare di incredulità negli occhi.

“Come hai potuto, Kaiser?”

Stava andandosene nel nulla, dovevo far presto: “Pupa, la manifestazione dell'universo come idea complessa in sé, in quanto Opposta all'essere dentro o fuori la vera Essenza di sé come Se stesso è, intrinsecamente, il nulla, o Nulla, ovvero l'Assenza in rapporto a qualsivoglia forma astratta di esistenza o di esistere o di essere esistito in eterno, non soggetto a leggi fisiche o di moto o a idee relative all'antimateria, oppure alla mancanza di Essenza oggettiva o di alibiquità soggettiva.”

Forse era troppo sottile, ma penso che abbia capito, mentre moriva.

postato da: NascoeMuoio alle ore 13:26 | Permalink | commenti (4)
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